MANUELE CECCONELLO – di Gianluca Mercadante foto di Andrea Taglier su gentile concessione

La lunga carrellata iniziale racconta già molto.
Interno, giorno. Siamo in un’aula scolastica: i banchi vuoti, le sedie ordinatamente rovesciate, appoggiate sui singoli ripiani, il vociare dei ragazzini in sottofondo, come se la scuola e il suo obiettivo didattico fossero passate in secondo piano, adesso. Qualcosa di lontanissimo. L’immagine poi cambia e, quatta quatta, si avvicina alla lavagna intonsa, mentre il chiasso delle voci man mano si attenua, lascia spazio al silenzio e al titolo di questo bellissimo documentario di Manuele Cecconello, Sentire l’aria.

 Titolo evocativo, pesante e leggero al tempo stesso, come l’elemento che nomina, la cui presenza non si rende manifesta attraverso una fisicità afferrabile. A spiegarne davvero il senso, con parole semplici eppure ricche di quella meditata urgenza che la vita di montagna imprime al pensiero, è lo stesso Andrea, il giovanissimo protagonista delle immagini raccolte in questo film.
Raccolte, sì, prima che riprese, o montate. Ha voluto cogliere una vita in diretta, Cecconello, e l’ha fatto in maniera diversa rispetto ai consueti linguaggi televisivi, relativamente all’ambito documentaristico, anche perché la scelta di vita che Andrea ha intrapreso all’età di 17 anni ha ben poco da spartire con la televisione: “I dati evidenti del film”, dice infatti il regista a tale proposito, “riportano un ragazzo di estrazione borghese – quindi con una strada indicata dalla sua storia familiare, dalle aspettative sociali – che sceglie una vita di pastorizia, lontano dai rituali collettivi dei suoi coetanei e dal conformismo consumistico.”


Ben si attagliano dunque le scelte stilistiche operate da Cecconello: subito, quasi per magia, o, più probabilmente, grazie alla capacità di ascolto, d’inserirsi in una determinata visuale senza spingere e senza disturbare, il documentario diventa un lungometraggio a stampo nettamente cinematografico, in cui si leggono chiarissime le importanti lezioni di grandi maestri come Bergman e Tarkovskij.
Lo sguardo dello spettatore si fa dunque udito, e lo stesso accade al contrario. Si penetra in punta di piedi in un mondo che sembrerebbe distante anni luce dal nostro, quando invece è lì, a due passi, tra le alture biellesi.
Quattro stagioni che sono quattro stati d’animo, in un film che è anche un ottimo libro fotografico a cura di Andrea Taglier, attualmente in ristampa.

Cosa l’ha indotta a credere che la storia di Andrea, e tutto il mondo in cui si muove, valesse la pena di essere raccontata?
Da alcuni anni indago le scelte di persone che hanno deciso di vivere un certo rapporto con il tempo, il silenzio e la solitudine. Persone il cui volontario nascondimento, la rinuncia a qualsivoglia dinamica competitiva (con la società, con gli altri, ma non necessariamente con se stessi) e la cui apparente pacificazione nella natura sento appartenere anche a me, in profondità. Quindi, fedele al meccanismo che vede un autore indagare in primo luogo sé stesso e poi il soggetto che intende ritrarre, Sentire l’aria è il viaggio per immagini dentro al mio segreto desiderio di conciliazione con la realtà. Nel film, ciò che pare “fuga” diventa “scelta”, lo scenario è la natura in tutta la sua forza primigenia, e la chiave di tutto è una nuova temporalità informata di quanto di circadiano (un ritmo circadiano è un ciclo di circa 24 ore dei processi fisiologici degli esseri viventi) sopravvive in ciascuno di noi e ci fa desiderare di vivere. Raccontare le giornate del giovane protagonista mentre si avvicendano le stagioni significa raccontare del nostro libero arbitrio, dell’armonia perduta, della ricerca del paradiso.

Da un documentario non ci si aspetta una trama. Il suo film, invece, attraverso le sole immagini, sviluppa una trama addirittura duplice: il tempo (della pastorizia innanzitutto, più che in senso climatico) e il paesaggio. Com’è possibile trasmettere tali situazioni allo spettatore moderno?
Sono convinto che la supposta “realtà” trasmessa da un film – e viepiù un film che si dice “documentario” – non esista se non ricreata nello spettatore al momento della visione. Tutto ciò che viene visto in un documentario (che risponda alle logiche di interpretazione del suo autore, più che a quelle illustrative di un servizio giornalistico), è il risultato di una lettura che mette in primo piano una particolare volontà dell’autore, una visione del mondo. Essendo la temporalità intesa non tanto come cronologia, quanto come “presenza” o “coscienza”, nel mio campo d’indagine ho fatto esperienza dei tempi della pastorizia (che sono i tempi della civiltà contadina, del lavoro agro-silvo-pastorale nelle sue modalità ancestrali) e ho cercato di presentarli in una forma che – attraverso la macchina riproduttiva del cinema – pulsasse della sostanza stessa del tempo della vita. Ciò ha comportato stasi, osservazione, accoglimento dell’inatteso, o del semplice nulla, lentezza e contemplazione. Dal kronos al kairos (dal tempo logico e sequenziale a quello “opportuno”, “nel mezzo”) si scopre come sono fatti gli accadimenti.

Siamo alle solite: produzioni di questo tipo hanno già all’atto della nascita un nemico dichiarato, che è la distribuzione. Mentre il mercato detta legge sul gusto individuale, un simile “prodotto” come crede possa incontrare il pubblico?
Il “secondo tempo” di Sentire l’aria è stato proprio lo straordinario successo di pubblico nel Biellese. Vuoi perché si tratta di una zona nascosta del Piemonte in preda ad una seria ridefinizione della sua vocazione industriale, vuoi perché la vicenda del giovane protagonista si aggancia in qualche modo al DNA di quella gente, vuoi perché si tratta di una piccola comunità, fatto sta che tutti questi fattori non spiegano la vendita di tutta la prima tiratura del libro + dvd e le oltre 1500 persone presenti alle varie proiezioni. Possiamo trarre alcune conclusioni: c’è un pubblico trascurato dalla tv e dal cinema che ha bisogno di queste storie, di queste piccole verità narrate con uno stile di nuovo puro, oserei dire disinteressato. Poi c’è la necessità di riscoprire anche i piccoli numeri delle comunità locali: per fare un documentario non occorrono cifre stellari o tematiche impervie o dispendiose da narrare, piuttosto ogni metro quadro della nostra terra può nascondere storie straordinarie, o anche ordinarie, ma capaci di svelare granelli di verità intime che ci appartengono e con le quali ci si può riconoscere e identificare. Infine, Sentire l’aria è nato assolutamente senza né produttori né committenza. Non sarebbe mai esistito se io e il fotografo Andrea Taglier non avessimo creduto ciecamente nella nostra volontà di dire qualcosa di bello su di noi stessi e sul mondo, se non avessimo scelto di vivere due anni (quanto è durata la produzione del film e del libro) coltivando con amore questo sogno che è l’anelito al respiro della natura e la volontà di fare delle scelte espressive forti e in controtendenza. In altre parole, se non avessimo inteso fin dall’inizio quella dell’autore come una vocazione umanistica e non come una compravendita di significati. Questa stessa piccola “follia” realizzativa (come la definì un vero produttore a cui proponemmo invano il progetto) ha tuttavia convinto grandi sponsor biellesi (in primo luogo la Camera di Commercio di Biella e la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella) che hanno dato il via alla concretizzazione della veste editoriale del film e del libro.

Web contacts:

www.sentirelaria.it

www.prospettivanevskij.com

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