LA DOLOROSA LUCIDITà DI MARIO CONTE – di Marco Cassisa

Non è affatto facile trovare le parole per descrivere il silenzio, la condizione individuale verso cui si è portati nel tentativo di descrivere il lavoro artistico di Mario Conte (nato a Biella, dove vive e lavora), manipolatore di materie diverse, attivo e autodidatta in fuga volontaria da ogni affiliazione, dai correntismi del mondo, non solo nell’arte. Un irregolare, spesso dall’animo solitario ma non per questo autorecluso, ispirato a sperimentare tecniche e materiali diversi per aver respirato con la curiosità dell’adolescente la Torino dove da poco era nata l’Arte Povera e affine per sensibilità a tutto il mondo concettuale.
Conte, narratore per immagini e oggetti spesso portatori di molteplici letture, porta a riflettere, dunque, sul silenzio: non l’assenza di parola assoluta e definitiva ma, piuttosto, la condizione, come del corridore prima dello scatto, in cui ogni riflessione abbisogna, prima di scaturire, di una pausa, una sospensione silenziosa, per prendere fiato, per riordinare le idee e cominciare il racconto.
L’impressione è che in quel silenzio, della durata di una frazione che si può serenamente tralasciare di misurare, ci sia ancora parte dell’opera: un lascito che dalla tela (se è tela, o dalla tavola, dal manufatto, dalla stampa, bronzo, ferro, piombo, cera, miele…) passa, attraverso gli occhi, alla sede anatomica che governa la parola nello spettatore e lì staziona, richiedendo una pausa prima che si possa udire un suono verbale.


E’ il raccoglimento, verrebbe da dire, necessario a metabolizzare gli impulsi dell’arte, tanto più pieno, in questo caso, poiché Conte nella sua poetica non di rado affronta il tema del Sacro, del superiore all’uomo terreno, dell’esistenza, o meno, di un più alto solutore di interrogativi.
Dopo questo momento senza parole, che si invera sistematicamente nell’osservatore sin dalle prime personali e collettive datate 1988, il meccanismo si avvia con grande energia: non lasciano indifferenti i lavori di Mario, anzi portano sempre a svolgere i diversi piani che comprendono. Piani che per un tratto conducono lungo la strada della pura estetica, ma è un percorso breve: il disegno così come il colore esistono ma solo in funzione evocativa, nel giallo della luce che punteggia o scheggia il nero/grigio predominanti, utilizzati nel lungo ciclo intitolato “Free Night” del 2007, nel celeste di smalto che avvolge fin quasi a coprire l’immagine della Madonna in “Di più…” del 2002, speculare al celeste che sbuca dagli interstizi dell’”opera sorella”, intitolata “Di tutto…” che raffigura 25 figurine di Papa Giovanni Paolo II, identiche, ma di volta in volta orientate a sinistra o a destra, fino a rivelare, nelle sette orientate in quest’ultimo verso, il simbolo della croce.


Il silenzio affiora allo stesso modo davanti ad un opera carica di forza e densissima di autobiografia, pur nella costante che vuole Conte, per sua stessa ammissione, legare ogni suo lavoro a una propria esperienza di vita, realizzando l’arte come sublimato delle sofferenze individuali: “Untermeschen” ha la violenza atroce di un richiamo all’Olocausto (con tale termine tedesco, subumani, i nazisti descrivevano i “popoli inferiori”, specialmente “i popoli dell’Est”, cioè gli ebrei, gli zingari, i bolscevichi sovietici e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”), l’impatto duro delle 6 lettere in bronzo che formano la scritta “Parole”, ciascuna delle quali, a ben guardare, è riempita di scritte e poi da uno strato di sapone. Sono le frasi che Conte si è sentito dire da galleristi, mercanti, operatori culturali, “padroni del vapore artistico” nei lunghi anni in cui proponeva i suoi lavori in giro per l’Italia e il sapone è richiamo se possibile ancor più bruciante al destino dei poveri corpi martoriati e vilipesi dalla ferocia hitleriana. La lettera O, reca spine vegetali, lunghe e ancora appuntite a ricordare le punture di una “passione” cui ogni individuo passa attraverso lungo il suo personale cammino.
Ecco subito spostarsi, anche questa volta, il racconto dalla biografia dell’autore a spunti riconoscibili in quella di ciascun osservatore; è il legame che Conte cerca e trova con immediata, ancorché dolorosa, lucidità: nelle storie di ciascuno c’è stato spazio per una domanda, spesso inevasa, di placazione dalle sofferenze, c’è stata e c’è ancora la tendenza verso quella luce gialla seppur fioca, intesa come speranza, divinità, fiducia.

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