Nella Nebbia

Rivista mensile con uno sguardo trasversale sull’arte
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Un ricordo…

Un ricordo ad una persona speciale, una guida, una sicurezza, un esempio.
Leonardo Guerrieri 11-01-12
Riposa in pace.

Qui di seguito un suo breve racconto buona lettura.

 

Era una sera di dicembre – di Leonardo Guerrieri

 

Era una sera di dicembre, l’antivigilia di Natale, una di quelle sere piovose con una spessa coltre di nebbia e piena di freddo, che non faceva certo presagire un inverno più generoso dell’autunno.
Presi posto sul treno che mi avrebbe portato a Santhià. Read the rest of this entry »

La locanda degli orrori della famiglia Bender – di Simone Zimbardi

Alla fine dell’anno 1871, alcuni viaggiatori iniziarono a scomparire nella prateria della missione di Osage, nella contea di Labette, in Kansas. La vasta e ventosa prateria era una zona di passaggio quasi obbligata per chi si spostava tra Independence e Fort Scott ed era abitata da poche famiglie di spiritualisti, umili e instancabili lavoratori, giunte dopo la guerra civile ed il trasferimento forzato degli Indiani Osage nel sud-est del Kansas. Read the rest of this entry »

Jonathan Arpetti: Juve, amore e fantasia – di Laura Albergante

Arriva una mail dal mio caporedattore: «Ti andrebbe di intervistare Jonathan Arpetti? Ha scritto questo libro, I LOVE JU, che parla di Ju, intesa come Juve, la squadra del cuore, e Ju come Julia, la fidanzata». Ah, ci risiamo. Se non è donne e motori, è donne e calcio, sogghigno tra me e me. Read the rest of this entry »

Scrittori Nella Nebbia – a cura di Gianluca Mercadante

JINGLE – di Betty Spada

Non avrei mai pensato di arrivare a questo punto. No, non ho proprio i cromosomi per questa esperienza, mi mancano. Sarà per questo che ho appena smesso di vomitare. Mi sciacquo la bocca, la faccia, mi guardo allo specchio. Sono affezionata alla mia faccia, senza trucco sembra di gomma, è una tipica faccia da smorfie, di quelle che si conquistano le rughe. Read the rest of this entry »

TORBIDI SOGNI E ATTESE SPERANZOSE – Una lettura della condizione umana in un romanzo di Dino Buzzati – di Emanuele Zimbardi

La letteratura non possiede adeguati strumenti linguistici per rappresentare effettivamente un’emozione o uno stato d’animo, e il tentativo di codificare in qualsiasi sistema comunicativo una condizione esistenziale è ancora meno soddisfacente. Questi “eventi astratti”, che noi esperiamo essendone soggetti, non sono riducibili agli schemi concettuali umani poiché non si possono controllare pienamente. Ecco perché nessun linguaggio può rendere conto della molteplicità della realtà, numerosissimi aspetti della quale trascendono la comprensione umana. Un assaggio di tale sfaccettatura ci è offerto da Dino Buzzati ne Il deserto dei Tartari (1940), romanzo destinato a non essere pienamente compreso dai suoi contemporanei e giudicato superficialmente come troppo onirico e avulso dal contatto con la realtà. Read the rest of this entry »

DIARIO DI UN UOMO COMUNE – di Gianluca Mercadante

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La ragazza corre fuori urlando.
Chiudo in fretta l’uscio dello scompartimento e faccio scorrere le tendine nell’eco delle grida che lancia lei, attraverso il vagone e il ritmo irregolare delle rotaie.
Penso al silenzio. Alla privacy che ho ottenuto.
Di colpo, l’ingresso viene aperto da qualcuno.
Il controllore.
Mi fissa inebetito, gli occhi di quella ragazza sopra le sue spalle, che non osano abbassarsi troppo, o almeno non fino a dove vorrei. Tuttavia la scena nell’insieme risulta alquanto suggestiva.
Me ne vengo completamente. Read the rest of this entry »

ZANZARE TRA I DENTI – di Paolo Roviera

motociclistiAgosto, moto mia non ti conosco
Evviva, sono arrivate le vacanze. Undici mesi di durissimo lavoro sono finalmente passati. Siamo stati frullati da dispotici capi dalle origini misteriose, ma c’è chi giura che siano imparentati sia con il Conte Dracula (per il continuo desiderio di sangue), che con il lupo mannaro, e si mormora anche con Giuseppe Stalin, Bush (padre e figlio) e pure Osama Bin Laden. Ogni mattina le nostre radio-sveglie ci hanno destati riportandoci apocalittiche notizie sulla crisi mondiale, dipingendo scenari che sono sicuramente agli antipodi dall’immagine di noi a mollo in una laguna tropicale con un cocktail (con ombrellino) in mano che si è materializzata nella nostra mente nel momento stesso in cui abbiamo riaperto la porta di casa al ritorno dalle vacanze 2008. Abbiamo sfidato la neve (tanta), la nebbia (non quella del titolo), le abbuffate natalizie e gli zamponi di Capodanno, siamo sopravvissuti ai fagioli di carnevale, alle grigliate di Pasquetta ed alle diete che sono state il giusto seguito a tutta quella pappa ed eccoci finalmente pronti per il nostro meritato riposo annuale. Read the rest of this entry »

Anniottanta – di Diego Cajelli

bambino 80Gli anni Ottanta sono un filo di plastica colorata, attorcigliato a spirale, tipo quello del telefono, con un anello per inserirci le chiavi da un lato, e un moschettone dall’altro. Gli anni Oottanta sono riuscire a venderlo, facendoci un sacco di soldi tra il 1982 e il 1983.
Gli anni Ottanta odorano di gomme da cancellare all’uva americana e di schiuma da barba.
Negli anni Ottanta non ti fai ancora la barba, ma comunque c’era il carnevale. Carnevale voleva dire schiuma. Voleva dire quelli più grandi di te che ti inseguono, e ti trasformano in un gigantesco fiocco di neve all’eucalipto. E quando torni a casa la mamma si incazza.
Gli anni Ottanta si dividono in due.
Nella prima metà c’è una Saltafoss rossa, nella seconda metà un Moncler arancione. Read the rest of this entry »

SALVATORE GIÒ GALLIANO – di Gianluca Mercadante

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La bellezza e la bruttezza: concetti troppo relativi, troppo personali. Dipende sempre e soltanto dall’occhio di chi guarda un’opera cogliervi l’uno o l’altro aspetto. Eppure i visitatori della personale di Salvatore Giò Galliano, tenutasi presso lo spazio espositivo Santa Chiara in Corso Libertà a Vercelli dal 18 aprile al 3 di maggio scorso, erano tutti concordi col tipo di bellezza che l’obiettivo dell’artista trentaduenne ha immortalato. Non fosse stato per le didascalie poste ad accompagnare ogni immagine, sarebbe stato addirittura difficile intuire che i protagonisti degli scatti, riletture di grandi opere pittoriche e scultoree del passato (da Caravaggio a Degas, da Antonello da Messina a Jan Vermeer), fossero portatori di handicap. Galliano ha sciolto ogni possibile pregiudizio, ha oltrepassato lo stereotipo di “disabile” per mostrare una bellezza tanto potente quanto inedita, sotto il profilo artistico, dando infine vita a una felice sinergia tra fotografia, pittura e scultura, il cui equilibrio, delicatissimo, è direttamente proporzionale allo spessore umano che lo sorregge.

Ai suoi esordi, la fotografia veniva considerata “la sorella povera” della pittura. Qual è il tuo parere al proposito? Il tuo lavoro sposa e rispetta ambedue le forme.
La fotografia non la vedo né povera né ricca, se paragonata alla pittura. Vedo entrambe per ciò che sono: un’espressione artistica, come lo è pure la scultura – o almeno mi piace pormi nell’ottica che si equivalgano nel segno dell’arte. Nel mio lavoro attuale, “I Volti della Passione”, ho cercato soprattutto di abbinare il presente al passato: il presente della fotografia e il passato delle opere pittoriche e delle sculture a cui mi sono ispirato. Read the rest of this entry »

Amori e traslochi – di Diego Cajelli

diegoElisa aveva capito da tempo che era arrivata l’ora di andarsene da quella casa, un quadrilocale che divideva con altre tre ragazze fin dai tempi dell’università.
L’ appartamento in cui vivevano, nonostante si trovasse nella Milano-da-bere della moda e del capitalismo, era un autentico capolavoro dell’architettura razionalista sovietica.
Non a caso infatti, Elisa suonava la Balalaica al nono piano di via Marx 8.
Via Marx, che si fondeva ideologicamente con via Engels, era l’arteria principale di un quartiere dormitorio per la capace forza lavoro bolscevica, composto da imponenti palazzoni marroni.
Anche se si trovava di fronte all’ospedale San Carlo, a due passi dallo stadio di San Siro, quando d’inverno saliva la nebbia, Elisa aveva l’impressione di trovarsi nella periferia di Volgograd.
Gli enormi parallelepipedi color carruba dominavano il paesaggio e gli umori. Essenziali, privi di fronzoli e di dettagli. Palazzi costruiti unicamente per il loro utilizzo ideologico/strutturale: mettere un tetto sulla testa di qualcuno. Funzionali come una stazione spaziale in orbita attorno al pianeta A.L.E.R. Read the rest of this entry »