“Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle/ potesse scatenare tempesta”.
E tempesta fu, sicuramente. In questa famosa poesia di Alda Merini c’è tutta la sua vita, la disperazione, il vitalismo, la pazzia. Sembra incredibile che la poetessa, precoce come Rimbaud, ma capace di conservare la lucidità sbalordita della sopravvissuta, ci abbia lasciati a poca distanza di tempo da un’altra grande della nostra letteratura, Fernanda Pivano. Ma se i percorsi sono stati radicalmente diversi, è simile la passione, l’amore che le animava. Fernanda era una signora borghese, una donna innamorata dell’America vasta e rivoluzionaria degli amici beat, della controcultura, degli “ultimi”. Alda invece ha fatto parte degli “ultimi”, vivendo della propria ispirazione, covando la follia al punto da farne una musa dagli occhi di fuoco.
Alda era una reduce. Aveva affrontato la sua guerra nel manicomio, senza tempo né misure con cui confrontarsi. L’esistenza di una donna fragile, che aveva trovato nella tragica esperienza la forza di scegliere, nonostante tutto, la vita. Un “angelo dalle lenzuola pulite”, come diceva Anne Sexton, anche lei segnata dallo stesso trauma. Ma che, a differenza della Merini, finì per farsi sconfiggere dai demoni, andando incontro alla morte “nel suo vestito migliore”. Un destino condiviso da un’altra donna talentuosa, Syvia Plath, che con La campana di vetro aveva squarciato di prepotenza il velo sulla malattia mentale. Read the rest of this entry »